SALVE

SALVE e BENVENUTI!

"Una volta che avrete imparato a volare, camminerete sulla terra guardando il cielo, perchè è lì che vorrete tornare" Leonardo


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giovedì 20 marzo 2014

La storia di Roberto (2° parte) di Teresa Galletti Ranaglia

Il ritorno fu lungo e faticoso, aveva fatto parecchi chilometri e tornando se li trovava tutti davanti come un pedaggio da pagare per la sua disperazione.
 
Arrivò a casa tardissimo, aveva fame, aprì il frigorifero e trovò due uova, una birra e nel surgelatore un po' di pane. Nella teiera era rimasto un po' di te, lo bevve avidamente. Era forte e sgradevole così freddo e senza latte, mangiò le due uova e si sentì meglio.
Tornò allora allo specchio e cominciò ad ironizzare su se stesso: “ Chi sei? Come ti chiami ora? Anemone? Bel nome per una vita distrutta”. A-ne-mo-ne scandì le sillabe davanti allo specchio. “Il prete è pazzo, cosa crede di fare per quella povera gente, trasformarli in tanti fiori da giardino? Visionario, egoista, vuole andare in Paradiso? Con quella trovata? Con quel rastrello in mano che cosa voleva fare rastrellare quei disgraziati?
Dopo un po' si calmò pensò che forse il rastrello lo aveva usato per pareggiare la ghiaia del vialetto della chiesa e si sentì meno aggressivo e più ragionevole. “ora cosa devo fare? Tornerò alla normalità, quale sarà il mio futuro?”. Esausto tormentato da questi pensieri si buttò sul letto vestito e si addormentò profondamente.
Dormì a lungo e quando si svegliò si rese conto che era pomeriggio inoltrato. Si passò la mano sul viso e sentì che era liscio, uniforme, toccò la bocca e la sentì, era al suo posto, non era scomparsa, che fortuna, poteva parlare mangiare gridare, poteva comunicare.... Era già qualcosa!              
Quello che non riusciva a capire era come potesse vedere sentire odorare senza occhi orecchie naso ... . Come poteva usare i cinque sensi senza avere gli organi adatti, mistero! Chissà se un estetista o un chirurgo plastico potevano risolvere il suo problema? No no non è possibile! Allora potrei portare una maschera, si una maschera che sostituisca quello che mi manca ma diventerei un pagliaccio con la piastrina colorata sul vestito come gli ospiti del prete!
Amaramente pensò che lui e tutta quella gente erano fatti l'uno per l'altro. Mentre meditava avvilito sulla mancanza di una probabile via di uscita ripensò con astio alla zingara. Doveva cercarla perché forse era la strada per risolvere il problema.
Nei giorni successivi organizzò le sue giornate, lasciò il lavoro visto che poteva vivere di rendita almeno per due anni, riempì la sua casa di riserve alimentari e fece un piano di lavoro.
Prima di tutto avrebbe raccolto delle notizie sugli insediamenti rom non escludendo quelli che avevano soggiornato in città nel periodo del suo incontro con la zingara. Non fu facile; si rivolse ad una stazione di polizia municipale dove lavorava come agente un suo amico e dopo aver diviso in zone la periferia della città segnò sulla cartina topografica gli accampamenti che doveva visitare.
Iniziò cosi il suo viaggio nel regno sconosciuto degli zingari: trovava muri di silenzio ma continuò la sua ricerca. Un giorno però descrivendo la bella zingara si ricordò che la donna portava tra i capelli un pettine a forma di cavallino e questo indizio lo portò sulla pista giusta perché una persona intervistata ricordò questo particolare; ma ormai il gruppo a cui apparteneva la donna era partito e non si sapeva dove avrebbe fatto sosta. Parlando della donna seppe che era considerata una maga capace di malefici difficili da contrastare.
Era sfiduciato, ogni elemento metteva sempre più spazio tra lui e la speranza d'incontrare la zingara bella e diabolica! Un giorno stanco e sfiduciato dalle difficoltà gli venne in mente di tornare nella chiesa dove aveva conosciuto don Mario.
Quando il prete lo vide lo accolse con un forte abbraccio e poi pieno di entusiasmo gli disse: ”L'ultima volta tu non hai visto il mio giardino, io ne sono orgoglioso, è tutto lavoro del gruppo di persone che ti ho fatto conoscere. Si riuniscono qui per realizzare un giardino che neppure possono vedere in onore di nostro Signore che li aiuta e li protegge”. Roberto, scettico, sorrise e disse che voleva rivedere le persone che aveva incontrato la prima volta, voleva parlare con loro, voleva scusarsi per essere fuggito così in fretta senza salutare al loro primo incontro. Attraversarono la porticina ed il tratto di cortile spoglio che conduceva al capannone verde. Roberto fu accolto con una cordialità che lo mise subito a proprio agio, cercò di vedere se c'era la bambina: Iris era seduta ad ascoltare una compagna .
Quando lui si avvicinò la bimba percepì la presenza di qualcuno vicino a lei e, quando la chiamò per nome, lo riconobbe subito e cercò di nuovo la sua mano. Era un amico che tornava!
Roberto le chiese se potevano andare a visitare il giardino. La bimba andò a prendere le chiavi da don Mario ed uscirono. Attraversarono il cortiletto, entrarono in chiesa, uscirono dalla porta principale, attraversarono il piccolo cimitero e dietro due rigogliosi cespugli di biancospino apparve una grande serra. Entrarono, Roberto vide uno spettacolo inaspettato, centinaia di piante ed arbusti fioriti e particolare insolito numerose farfalle che volavano leggere tra le piante. Roberto non riusciva a convincersi come un gruppo di non vedenti fosse stato capace di realizzare una serra così bella. Chiese allora a don Mario che li aveva seguiti se poteva lavorare con loro. “ Certo , quando vuoi”.
Roberto era stanco di solitudine, era stanco di nascondersi aveva bisogno di una pausa, c'era tanta pace e nessuno dei ciechi lo vedeva! Solo don Mario ma era un prete!
Iniziò a frequentare il gruppo dei suoi nuovi compagni di lavoro. Andava ogni pomeriggio, scaricava la terra puliva le vetrate, rastrellava i vialetti all'interno della splendido edificio con l'odore dei fiori e lo svolazzare leggero delle farfalle, tornava a casa soddisfatto. Imparò molte cose sulle piante, don Mario era la mente ed il gruppo dei cechi, ed ora lui stesso, le mani che eseguivano quel meraviglioso lavoro.
Rimandava di giorno in giorno il progetto di ritrovare la zingara, stava per rassegnarsi al suo destino di uomo senza volto. Spesso parlava con don Mario della sua convinzione di essere vittima di un maleficio, ma il prete scuoteva la testa in segno di incredulità. Un maleficio non poteva essere così distruttivo. Forse era dentro di lui che doveva cercare una risposta.
Passarono i giorni e Roberto si sentiva ormai uno del gruppo: un vedente tra non vedenti che lo trattavano come un vecchio amico. Si rivolgevano a lui con fiducia ed ottenevano sempre una risposta. Iris lo considerava un compagno di giochi. Voleva sapere tante cose del mondo che non vedeva ed ascoltava attentamente i racconti di Anemone.
Roberto tornava a casa in uno stato di pacificazione con se stesso e con il mondo, però se si guardava allo specchio la disperazione lo riprendeva perché non riusciva a rassegnarsi all'idea di rimanere per sempre in quello stato. Gli amici della serra erano preziosi, ma per quanto tempo ancora lui poteva andare avanti in quel modo? Avrebbe dovuto rinunciare per sempre all'affetto di una donna, avrebbe dovuto rimanere per sempre senza una famiglia, né un viaggio né vita sociale né il suo vecchio lavoro. Si tutto era cambiato, doveva cercare nuovi traguardi, quali? Coltivare i fiori? No, non poteva essere così limitata la sua vita. Tante erano le domande a cui non sapeva dare una risposta!
Erano passati parecchi giorni dal momento del suo cambiamento quando una mattina trovò nella cassetta della posta una busta. Chi poteva scrivergli? Forse Adriana, che lui non aveva più cercato? Prese la busta, l'aprì velocemente e lesse. Ti aspetto domani sera sotto la quercia vicino al lago, saluti, Andrea.
Quale quercia, chi è Andrea? Come riconoscerla in mezzo a tante piante? Che sia uno scherzo? Ne parlerò con don Mario. Si vestì velocemente e si recò in chiesa, cercò don Mario. Quando il prete lo vide capì subito che era successo qualcosa: “Roberto, come mai sei qui così presto?” Roberto gli porse la lettera “Non ti resta che andare”.
“Sì, ma dove ?”
“Presso la gigantesca quercia vicino al lago nella parte nord del parco.”
“ Ne è sicuro ?”
“No, ma tanto vale tentare!”
Passarono lentamente le ore pomeridiane, Don Mario osservava Roberto preoccupato, qualcuno si era fatto vivo, qualcuno sapeva del cambiamento del suo amico! Arrivò l'ora di andare, Roberto giunse al parco in anticipo. Fu preso da una sensazione di speranza così forte, così ingiustificabile che cominciò ad ironizzare su sé stesso, forse questo Andrea poteva risolvere il problema! Forse poteva rispondere alle sue  domande.
La quercia era veramente gigantesca, sotto all'albero c'era una panchina ma non c'era nessuno ad aspettarlo, si sedette e poco dopo vide arrivare un uomo vestito di scuro, e con angoscia si accorse che aveva il viso coperto dai baffi e da una lunga barba, indossava grandi occhiali scuri  malgrado fosse l'ora del crepuscolo. Quando lo salutò vide anche che lo sconosciuto aveva una grande bocca. Si presentarono, Roberto parlò per primo:
“Ho ricevuto il suo biglietto, cosa vuole da me?”
“Calma” rispose lo sconosciuto “Calma, sono venuto a portarti un messaggio, sono venuto a spiegarti ciò che sta succedendo a tanti come noi.”
Roberto, che aveva mille domande, si dominò e ascoltò le parole dell'uomo che parlava con voce sommessa, come se meditasse.
“Mio caro amico, siamo gli anticipatori di una trasformazione in atto nel nostro pianeta. L'uomo ha distrutto spietatamente i boschi, ha inquinato le acque dei mari e dei fiumi, ha deviato il corso dei fiumi, ha scavato montagne. Ogni anno scompaiono circa cento specie animali.
Ora se volessimo riparare a tanti danni è troppo tardi, perché è iniziato un processo di regressione della specie umana, di cui noi siamo i primi esemplari. Non sappiamo quale tipo di essere vivente dovremo diventare, il processo è irreversibile. Perdendo l'apparenza forse perderemo anche le raffinate risorse interiori.
Il nostro pianeta ha delle regole da rispettare, perché è parte di un sistema universale, perché è parte integrante di un equilibrio che non doveva essere alterato. Le regole son state infrante, l'equilibrio fra le singole parti non esiste più .
Noi abbiamo vissuto nel nostro microcosmo incapaci di pensare allo spazio al di fuori di noi. In natura ogni singolo è legato indissolubilmente all'altro in un processo irreversibile e conseguenziale. Ora tutto si sta modificando, tu ed io siamo l'inizio di questa modificazione. Il viaggio a ritroso è iniziato e siamo condannati. Solo la potenzialità della mente umana potrebbe progettare una soluzione del problema, ma finora non c'è segno di consapevolezza da parte dell'umanità della necessità di un cambiamento.”
Roberto ascoltò perplesso, non accettava il nesso tra il discorso dello sconosciuto e la sua vita. Possibile che iniziasse proprio da lui un fenomeno così devastante, un effetto così negativo? Era troppo!
Furioso si alzò dalla panchina e fuggì disperato. Si sentiva ingiustamente condannato ed infelice, vagò a lungo nel parco e pianse per l'ingiustizia della sua condanna, così difficile da accettare. Subiva una atroce punizione. Era stato privato del volto, della sua identità, della sua unicità, perché doveva finire così la sua vita? Valutò la sua volontà, la sua limitata cultura, la sua età e tutta la vita precedente, e nella solitudine del parco, con relativa lucidità e freddezza si pose due domande, determinato ad arrivare ad una decisione.
Passarono le ore, pensò al problema dei limiti umani, dei suoi limiti, urlò di disperazione per la sua vita perduta, per la profonda angoscia che lo indusse a chiedere a se stesso se dovesse continuare a fare l'anemone ed accettare il destino di una metamorfosi oppure mettere fine alla sua vita. Nella profondità della notte, guardano il cielo stellato sopra di lui, che gli apparve meraviglioso, prese la sua decisione.


“Essere o non essere, questo è il problema: …………………… Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.” ( Amleto - William Shakespeare)