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martedì 10 febbraio 2015

Faraday, Maxwell, Einstein. Uomini ed Emozioni

AAR – Ciao Salvatore, è un po di tempo che non ci sentiamo. Proviamo a riprendere le buone abitudini. Ricordo che nell’ultimo dialogo hai accennato a Einstein? Come mai?
SAR – Si ci arriveremo. Ma prima sento l’esigenza di accennarti a una bellissima storia umana. Il rapporto tra Faraday e Maxwell.
AAR – Di che si tratta?

SAR – Come già detto Faraday era di umili origini e, pur non avendo avuta una vera istruzione scolastica, nel 1813 divenne assistente dello scienziato Humphry Davy e dieci anni dopo, 1823, divenne membro della Royal Society.
AAR – E cosa fece in quei 10 anni per raggiungere quel prestigioso traguardo?
SAR - Condusse esperimenti e fece scoperte in vari campi pubblicando tutti i suoi lavori con una descrizione minuziosa degli esperimenti. Con un piccolo particolare. Praticamente nessuna formula.
AAR – Quindi più facili da capire?
SAR – Non penso. Erano concetti avanzatissimi. I suoi colleghi lo ammiravano, ma forse un poco lo snobbavano, per la mancanza di una descrizione matematica.
AAR – Poi quei concetti “letterari” chi li ha trasformati in “scientifici”?
SAR – E’ il giovane James Clerk Maxwell che scende in campo. Nasce in Scozia nel 1831 in una famiglia benestante. Riceve una istruzione di altissimo livello. È un ragazzo precoce. A 16 anni entra all’università e pubblica il suo primo articolo scientifico.  Acquisisce piena conoscenza della fisica e della matematica di quei tempi. Si laurea nel 1854 e nel 1856 pubblica un articolo “Sulle linee di forza di Faraday” e ne manda una copia a Faraday.
Il giovane Maxwell, dopo aver studiato minuziosamente tutti i lavori di Faraday sull’elettricità e il magnetismo, aveva dato una formulazione matematica di tutti i concetti sviluppati da Faraday.
AAR – Ma Faraday mi pare non avesse avanzate conoscenze matematiche?
SAR – Sì. Penso che Faraday si sia commosso a sfogliare quel libro, che riprendeva in modo organico tutto il suo pensiero e lo traduceva in modo formale nel linguaggio matematico che pur non capendolo, era sicuro descrivesse esattamente le sue intuizioni ed i suoi esperimenti. Un passaggio di testimone tra due generazioni di scienziati ma anche un grande atto di amore nella scienza.
AAR – Salvatore per come me la racconti, deve essere stato emozionante. Faraday se ho fatto bene i calcoli, aveva circa 65 anni, quindi a quei tempi abbastanza anziano.
SAR – Sì. Sembra che cominciasse ad avere problemi di salute e si rammaricava perché spesso dimenticava le cose. La ricezione di quel libro, lo rincuorava. In quel periodo storico la sua grande intuizione del concetto di campo, non era compresa dagli altri. Inoltre Faraday si era spinto oltre e aveva ipotizzato che anche la forza gravitazionale, scoperta da Newton, dovesse trasmettersi come le forze elettriche. Troppo visionario per i suoi coetanei.
AAR – Sembra un romanzo! E come continua la storia?
SAR – James Clerk Maxwell, continua i suoi studi sulle linee di ricerca di Faraday e scrive le sue equazioni: le Equazioni di Maxwell. Con queste equazioni unifica in una unica descrizione tutti i fenomeni elettrici e magnetici, scopre le onde elettromagnetiche, ne calcola la velocità, utilizzando parametri da laboratorio elettrico, e trova che è uguale alla velocità della luce! Suggerisco un momento di silenzio e di riflessione.
AR – In questo minuto ho pensato alla grandiosità del lavoro di Maxwell. Non solo scopre le onde elettromagnetiche, ma che anche la luce altro non è che un’onda elettromagnetica. Quindi la radio, la televisione, i cellulari funzionano sulla base di questi studi!
SAR – Proprio così. Maxwell pubblica il tutto in un libro in due volumi  “A treatise on electricity and magnetism” che letteralmente cambierà la storia…
AAR  - , o meglio inizia la storia dell’elettricità industriale.
SAR – Certamente ..era nata una nuova industria
AAR – Per gli strani casi della storia mi pare di ricordare che questo nuovo mondo industriale sia quasi un ponte Da Maxwell ad Einstein.

SAR – Una ventina di anni dopo, nel 1885, il padre del giovane Einstein aveva già una azienda elettrica con 200 dipendenti. Ma forse i tempi non eraano maturi e dopo dieci anni l’azienda degli Einstein fallì e i suoi si trasferirono in Italia a Pavia. Il giovane ribelle Einstein letteralmente fuggì da Monaco e raggiunse i suoi in Italia. Un altro passaggio di testimone si prefigurava.. L’Italia, con la sua cultura e la bellezza dei suoi paesaggi, alimenterà lo spirito creativo e ribelle di Einstein. Ma penso che dobbiamo rimandare al prossimo dialogo.